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Aldo vive!

Aldo vive!

di Valerio Galletta

Moro vive. Il suo pensiero è ancora parte di noi e della nostra politica.

Il 16 marzo del 1978 l’Onorevole Aldo Moro, allora Presidente del Consiglio Nazionale della DC nonché principale candidato alla successione di Giovanni Leone come Presidente della Repubblica Italiana, venne rapito in via Mario Fani, quartiere Trionfale, e la sua scorta fu massacrata.

“In via Fani c’erano anche le Brigate Rosse” (di seguito BR) ha detto poco più di un anno fa il Deputato del PD Gero Grassi. Anche. Questo confermerebbe quanto affermato per molto tempo e sempre negato: le BR non agirono da sole, i racconti dei suoi esponenti sono talvolta in contrasto e i depistaggi non mancano.

Aldo Moro nacque a Maglie in provincia di Lecce il 23 settembre del 1916. Fu sempre molto legato alle sue origini, tant’è che si candidò in ogni occasione nella circoscrizione di Bari.

La sua professione non fu quella di politico, bensì di professore universitario. Non saltò mai una lezione il professor Moro, insegnante di Diritto all’università La Sapienza di Roma.

Il suo legame con il mondo della cultura è sotto i nostri occhi ancora oggi, nonostante non tutti lo notino: l’entrata principale de La Sapienza si trova in piazzale Aldo Moro, l’università degli studi di Bari è intitolata allo statista pugliese.

Aldo Moro nel momento in cui venne rapito aveva con sé la sua agenda con tutti gli indirizzi e i nomi degli studenti. La portava ovunque ed era il suo vanto; il 16 marzo sarebbe dovuto andare proprio alla Sapienza.

Il giornalista Giorgio Balzoni, suo studente negli anni ’70 e autore del libro “Aldo Moro. Il Professore” (Lastarìa Edizioni), racconta che Moro era così legato ai suoi discepoli e al suo lavoro da far recuperare una lezione saltata a causa di un incontro istituzionale non nelle aule universitarie, ma negli ambienti del Ministero degli Esteri.

Tutt’oggi lo si ricorda come il principale fautore dell’immobilismo politico, ma in realtà non lo era: quanti sanno che l’ideatore dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (sì, proprio quell’articolo 18 eliminato da Renzi) è stato proprio Moro?

Il centrosinistra che oggi vediamo allo sbando da chi sarebbe stato creato, se non proprio dall’On. Aldo Moro? Nel 1963, infatti, figurava come vice-presidente del Consiglio dei Ministri il socialista Pietro Nenni. Il Governo presieduto da Moro era frutto di un’alleanza fra DC, PSI, PRI e PSDI.

Non si può dimenticare il compromesso storico senza cui il PCI non avrebbe mai votato la fiducia al governo Andreotti, che di certo comunista non era. Già, Moro ha fatto anche questo.

Egli era molto credente, ogni mattina si recava in Chiesa a pregare. “Montanelli diceva: De Gasperi e Andreotti andavano insieme a messa e tutti credevano che facessero la stessa cosa, ma non era così: in chiesa De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con il prete. [Risponde Andreotti] Il prete vota, Dio no”: citando il film “Il Divo” di Paolo Sorrentino si può dire che Moro fosse molto più simile a De Gasperi che ad Andreotti per quanto riguarda l’aspetto morale, eppure per coerenza sostenne in più occasioni il compagno di partito che però, nel momento del bisogno, non fece niente per farlo rilasciare dalle BR e bollò le sue lettere evidentemente autentiche come false o addirittura scritte sotto dettatura in uno stato confusionale. Piccola digressione: quella in corso è la prima legislatura nella storia della Repubblica Italiana senza Giulio Andreotti in Parlamento.

La coerenza era un aspetto fondamentale del pensiero moroteo: basti pensare al referendum abrogativo sul divorzio del 1974, allora Moro era Ministro degli Esteri e dopo pochi mesi sarebbe stato per la seconda volta Presidente del Consiglio dei Ministri. La sua posizione era per il No (non lo dichiarò pubblicamente, ma lo confessò ad alcuni amici e ai suoi studenti) perciò a favore della possibilità di divorziare, ma la DC aveva scelto di schierarsi con il sì per restare vicina alla sua componente cattolica conservatrice. Coerentemente con la scelta del suo partito e dimostrando un grande senso di responsabilità nei confronti dello Stato (il Governo era a guida democristiana) alle urne si turò il naso, come consigliato anche recentemente da Renzi, non per votare il PD, ma per supportare il Sì.

“Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e alternativa” scriveva Moro a Zaccagnini durante il periodo di prigionia. In quel caso si riferiva alla gestione della DC, ma questa frase può essere riletta a distanza di quarant’anni in un altro modo: Moro vive. Il suo pensiero è ancora parte di noi e della nostra politica. L’Italia è un Paese per fortuna o purtroppo democristiano: lo è stato così a lungo da non potersi non definire tale. Ah, giusto, un uomo dallo spirito e dal pensiero democristiano ancora è a capo delle istituzioni italiane. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato infatti un esponente della DC, per altro di scuola morotea! Giusto poco tempo fa sono state pubblicate alcune fotografie che ritraggono Moro con il fratello del PdR, Piersanti Mattarella, anch’egli esponente della DC siciliana e ucciso dalla mafia in modo terrificante. Come scrive Marco Damilano nel suo ultimo libro (“Un atomo di verità” edito da Feltrinelli), attraverso il caso Moro si possono capire il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro politico, senza che il ricordo del Professore svanisca perché egli ci sarà ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa e forse, aggiungo io, di rammarico.

Di Moro spesso si ricordano solo gli ultimi 55 giorni. Si ricordano senza che si conoscano precisamente.

Per Moro la verità era fondamentale e anche la libertà di comunicare: proprio nel 1978 era stato prodotto un film frutto del montaggio di scene di Italia democristiana intitolato “Forza Italia!” (B., hai scelto il nome migliore per il tuo partito…) volto a ridicolizzare attraverso le loro stesse frasi gli esponenti della DC. Fu attaccato da molti, ma Moro chiese a Scalfari di mitigare la critica a tale opera ritenendola significativa perché dimostrava il decadimento dei costumi della politica (ne era rimasto tanto colpito da parlarne anche nel memoriale di prigionia). Fra gli sceneggiatori del film si può notare Antonio Padellaro, ex direttore de Il Fatto Quotidiano e al tempo giornalista del Corriere della Sera. Il giorno del rapimento la pellicola venne ritirata dalle sale cinematografiche per non tornarci più.

Durante il sequestro Moro asseriva “Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità e io sarò comunque perdente”.

Qualcuno ci ha tolto un atomo di verità sui suoi ultimi giorni di vita e ancora non ci capacitiamo di quanto sia accaduto e delle innumerevoli contraddizioni presenti nelle deposizioni di brigatisti e testimoni.

Dopo quarant’anni ancora cerchiamo quell’atomo di verità, che la sua mancanza sia di lezione per tutti.

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