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LA GARA PIÙ PAZZA DEL MONDO

LA GARA PIÙ PAZZA DEL MONDO

di Valerio Galletta

È una gara, ma non simile alle altre: si tratta della campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018.

Tasse, migranti, lavoro, scuola. “I diritti civili la prossima volta, non sono importanti”, “la flat tax si può fare”, “la colpa non è di Traini, ma della sinistra buonista che vuole gli immigrati”, “l’Università va resa gratuita”.

È una gara, ma non simile alle altre: si tratta della campagna elettorale per le elezioni politiche del 4 marzo 2018.

Convincere: è questa la parola d’ordine.

La campagna elettorale è ciò che porterà gli italiani a scegliere chi deciderà per loro nei prossimi cinque anni, sempre che la legislatura arrivi a compimento. Già, perché oggi pare proprio che le possibilità non siano altissime. I sondaggi fanno notare una grande indecisione nel Paese, che, con ogni probabilità, porterà un elevato livello di astensionismo.

“Ormai una cosa è chiara: che della disoccupazione giovanile si parla nella prossima campagna elettorale, non in questa” ha scritto Enrico Mentana il 9 febbraio al suo pubblico su Facebook.

Proprio Facebook sta avendo un forte impatto sulla comunicazione dei partiti: è stata aperta sul famoso portale una bacheca in cui vengono raccolte e mostrate a tutti allo stesso modo le proposte delle formazioni politiche affinché chiunque possa essere informato in tempo reale. Si tratta di una mossa strategica a cui l’azienda fondata da Zuckerberg ha pensato anche, come scrive Marco lo Conte su Il Sole 24 Ore, per togliersi di dosso l’accusa di aver creato la cosiddetta omofilia della rete, cioè la ricerca e l’approvazione solo delle idee simili alle proprie.

“Pagare meno, pagare tutti”: non so a voi, ma a me lo slogan di Renzi ricorda molto “pagare meno tasse tutti”, il cavallo di battaglia dell’ex Cavaliere.

Sul logo di Forza Italia campeggia la scritta “Berlusconi presidente” nonostante, a causa della Legge Severino, Silvio non possa candidarsi! Alcuni si coprono dietro al fatto che B. è il presidente del partito. Si tratta di una furba mossa “amarcord” di campagna elettorale, perché chi diceva “meno male che Silvio c’è” difficilmente senza l’appoggio del suo idolo andrebbe senza remora alcuna a rivotare quel partito che è e che tanto assomiglia al partito che fu. Il milione di posti di lavoro, tanto preso in giro nel ’94 dal PDS, oggi viene annunciato da Matteo, non quello di Milano, ma quello di Rignano sull’Arno.

Il programma del PD è controverso, ma allo stesso tempo stranamente coerente: infatti alcune parti sono degne di un partito di sinistra, più vicine a Liberi e Uguali che all’idea comune di Partito Democratico; la coerenza è data dal rispecchiare la minoranza e la maggioranza e dalle posizioni liberali più volte esternate e presenti nel programma; la controversia però è proprio qui: Renzi ha fatto in modo tale che la minoranza restasse fuori. Inoltre un partito che si dice di centro-sinistra come può usare le frasi del primo Berlusconi?

La domanda da porsi è: sono cambiati Renzi e il PD o è cambiato Berlusconi?

Scalfari il 12 febbraio ha esposto su L’Espresso il suo pensiero secondo cui B. e B. (Berlusconi e Benito) si assomigliano in modo incredibile. Il fondatore della rivista non paragona Silvio al Mussolini del ventennio, la destra di Berlusconi non si può di certo paragonare a quella fascista, ma al Mussolini voltagabbana, quel Mussolini in cerca di alleati che va dal 1911 al 1925. Proprio come il futuro dittatore, Berlusconi, restando sempre all’interno della destra moderata, ha cambiato idea più volte: quel pagare meno tasse tutti è diventato flat tax al 23%, ieri deregulation, oggi “la legge è legge”, agli anziani va data la dentiera gratis. Il ponte sullo stretto no, quello c’è sempre. Il suo vecchio compagno (accanto a loro questa parola risulta strana) di partito Angelino Alfano lo desiderava tanto, con buona pace dei delfini (il delfino non era proprio lui?!) che potevano in fondo nuotare anche un po’ più in là. Angelino non si candida e il suo vecchio amico lo ricorda così. La legittima difesa è un obiettivo in comune con la Lega. Salvini, Meloni e Berlusconi sembrano i ladri di Pisa, quelli che la mattina litigano e durante la notte vanno a rubare insieme. Non vale per Renzi, perché per i fiorentini è meglio un morto in famiglia che un pisano all’uscio.

La Lega (che fino a pochi mesi fa era anche Nord) ha sempre litigato e “fatto pace” con Forza Italia prima, con il PDL poi e nuovamente con Forza Italia ora: “Berluskaiser” è nel tempo diventato il “leader del centro-destra” per essere in seguito l’autore di un “adulterio politico” e oggi un alleato fondamentale con l’apparente accordo decretato con il patto dell’arancina.

L’ultima iniziativa leghista in campagna elettorale è stata il concorso “Vinci Salvini”, una battaglia all’ultimo like. L’iperattivo social manager del Carroccio condivide post di siti come ilpopulista.it, immagini di Salvini con l’hashtag #primaglitaliani tour e la scritta “new” accanto a luoghi come la Calabria e la Sicilia.

Il MoVimento 5 Stelle ha basato buona parte delle sue battaglie sull’onestà, facendo anche azioni non richieste come restituire parte degli stipendi, salvo poi non controllare che tutto andasse come previsto. Il PD ha definito la questione dell’annullamento dei bonifici di alcuni parlamentari pentastellati uno scandalo, la risposta pronta ed efficace è stata “almeno noi l’abbiamo fatto, abbiamo restituito i soldi”. È evidente che sia un’operazione di marketing politico quella del taglio dell’indennità parlamentare, la cifra raccolta (23 milioni in 5 anni) è quasi considerabile simbolica, ma molto sentita da quegli italiani che vedono “i privilegi della casta” come il male del mondo.

Il programma dei 5 Stelle, votato dagli iscritti alla piattaforma Rousseau, è uno dei più costosi da realizzare, come ha fatto notare il Professore di Economia della Bocconi Roberto Perotti su la Repubblica il 13 febbraio scorso. Il punto di forza è il reddito di cittadinanza (valutato dal MoVimento 15 miliardi, ma una stima più realistica è di 29/30 miliardi di euro), mancano però i diritti civili, in primis quello ius soli temperato tanto discusso e cestinato all’ultimo durante la scorsa legislatura. Infatti il non-candidato Alessandro Di Battista ha dichiarato, intervistato da Fazio, che non fa parte delle loro priorità e del loro programma elettorale: perciò, qualora (come pare probabile) un gruppo fra la destra unita e il MoVimento 5 Stelle dovesse risultare vincitore, per tale diritto si dovrebbero aspettare almeno altri cinque anni.

Al primo posto nel programma di Liberi e Uguali ci sono più proposte sull’istruzione e la ricerca (l’università gratuita su tutte), sempre che siano capaci di far ciò che promettono, cosa complicata per una forza minoritaria. Stando a ciò che è scritto, vorrebbero rendere volontaria l’alternanza scuola-lavoro, snaturando così il significato di quest’esperienza che, se fatta bene, può significare non poco nel percorso di apprendimento di un ragazzo.

Rispetto a quelli di altri partiti è composto da meno punti, ma sono ben spiegati. La comunicazione però ha avuto qualche problema. Il manifesto con la faccia di Grasso ricorda molto la pubblicità di un cheeseburger, a lungo la lista è rimasta sprovvista di sito internet, che è nato da poco, come se a dicembre ancora non sapessero cosa proporre e come presentarsi, lo slogan è identico a quello di Corbyn, tradotto in modo fin troppo letterale. Lo scontro Boldrini-Salvini è stato una mossa azzardata, il “Capitano” (come lo chiamano i leghisti) risulta, a chi non ha i dati reali alla mano o si lascia prendere dalla sicurezza del suo tono di voce, particolarmente convincente.

Coalizioni improbabili, proposte infattibili, minacce irreali, manifesti inguardabili.

Non è un gioco, è la campagna elettorale.

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