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Pif: la mafia si combatte (anche) con la creatività

Pif: la mafia si combatte (anche) con la creatività

di Valerio Galletta

La nostra missione è quella di raccontare storie di persone che sono morte perché si sono opposte alla mafia e che ad oggi sono conosciute solo dai parenti.

 

Quasi tutti sognano da sconosciuti di poter recitare in un film, stare davanti ad una telecamera e diventare famosi.

C’è una persona però che ha fatto il percorso inverso: prima, come una iena, si è mostrato alla gente e adesso invece preferisce rintanarsi dietro ad una telecamera e inquadrarsi solo quando vuole egli stesso.

Si chiama Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, ed è (non ha bisogno di presentazioni ma le faccio ugualmente) uno dei registi e attori italiani attualmente più rilevante e chissà se ciò che fa adesso non è altro che un trampolino verso qualcos’altro come gli è successo in passato. Nel frattempo è un “provinciale” alla radio, un reporter in televisione e un ottimo autore, regista e attore al cinema. Come direbbe una nota pubblicità: cosa vuoi di più dalla vita?

 

Tu hai lavorato nel cinema, nella radio e nella televisione: in quale di questi campi preferiresti continuare a cimentarti?

Il mio vero sogno era fare cinema e televisione: voglio fare un film e poi un programma televisivo che sia Caro marziano o Il testimone e alternare. Nei programmi come quelli che faccio ho la massima libertà perché sono io a girare con una telecamera in mano e decido quando inquadrarmi e se inquadrarmi. Questa possibilità rende ancor più piacevole fare televisione.

Il tuo film La mafia uccide solo d’estate è in parte autobiografico: cos’è che, come fai nel film, ti ha spinto a ribellarti contro le ingiustizie?

C’è una parte di persone a Palermo che non è a favore però si rassegna al fatto che ci sia la mafia e fa poco per cambiare le cose. Un’altra parte di persone invece non l’accetta: io faccio parte di queste persone. Continuo ad indignarmi del fatto che la mafia sia a casa mia e faccio di tutto per modificare questa situazione. Già da ragazzo leggevo la rivista Cuore e ricordo ancora che Michele Serra, dopo la morte di Salvo Lima scrisse:

«Come John Lennon: Lima ucciso da un fan impazzito».

Da allora ogni volta che lo incontro gli dico che per me può fare quello che vuole.

 

Hai mandato una lettera aperta al Corriere della Sera e hanno risposto politici sia a livello locale che nazionale: è cambiato qualcosa?

Ora sono arrivati gli assegni per i disabili gravissimi, perché poi ci sono i gravi e i disabili… Credo che sia comunque un fallimento: sono felice che siano arrivati e che si stia smuovendo la situazione, però il fatto che serva fare tutto questo caos per avere un diritto così sacrosanto credo che sia non solo un fallimento di questa classe politica, ma anche di noi che votiamo certe persone.

Entreresti mai in politica?

Sai, la tentazione c’è. Esistono vari modi di fare politica, non serve candidarsi…

Tu sei il presidente di un’associazione, Sulle nostre gambe, e c’è chi considera l’associazionismo una forma di politica…

Infatti credo di essere più utile così. Penso che gli artisti in generale non debbano fare politica perché è nell’indole dell’artista volersi far voler bene: si fa di tutto per sentirsi dire quanto si è bravi e quanto si è belli. Il lavoro del politico, soprattutto in questo momento storico, è un lavoro ingrato poiché comunque una parte delle persone ti odierà e non avrà l’onestà intellettuale di dirti cosa hai fatto bene e cosa male. Bisogna esserci portati ed io proprio non sarei in grado.

La tua associazione ha creato un’applicazione, NOma, in cui si raccontano luoghi e storie NOmafia: ci sarà un seguito?

L’idea è di andare avanti e raccontare altre storie. Purtroppo per fare quel giochino là servono soldi e non è facile trovarli. La cosa bella dell’app è che è una cosa fluida. Ora il progetto è quello di mettere delle tesi sulla mafia e creare una sorta di comunità: essere un punto di riferimento è un obiettivo che sarebbe bello raggiungere. La nostra missione è quella di raccontare storie di persone che sono morte perché si sono opposte alla mafia e che ad oggi sono conosciute solo dai parenti.

La mafia romana che il tuo concittadino Lirio Abbate ha raccontato è paragonabile a quella palermitana?

Lo è nei modi, tanto è vero che ha fatto scalpore il fatto che si sia parlato di associazione mafiosa nonostante non si fosse in Sicilia, Calabria o Campania. Paradossalmente è più pericolosa perché non si percepisce: infatti a Roma non c’è stata l’indignazione che c’è stata a Palermo. È vero che a Palermo ci sono stati anche i morti, ma Roma è un’altra città dove la gente è rassegnatissima: si accetta qualunque cosa e ciò non aiuta il cambiamento.

Tu non avevi un ottimo rapporto con la scuola, ci hai fatto anche una puntata di Caro marziano: come avresti voluto che fosse?

Io avevo grande colpa nell’andar male a scuola e quindi non voglio addossare tutto ai professori. Certamente avevo dei talenti e la scuola non me li ha tirati fuori. Io ho contribuito ma i professori non si sono in ogni caso accorti di nulla. Inoltre ho sbagliato indirizzo perché, pur di restare con i miei amici, ho fatto lo scientifico. Nessuno mi disse che avrei dovuto fare il liceo artistico: la scuola non ha questa sensibilità. Quelli che mi hanno capito dicevano: «Aiutiamolo, tanto sappiamo che non stiamo promuovendo uno che avrà delle responsabilità, è evidente che la sua strada è artistica». Grazie a questo genere di persone sono riuscito a tirar fuori il mio talento.

Hai superato il trauma della panna senza zucchero a Roma?

L’ho superato non prendendo più la panna a Roma perché, non so per quale motivo, non ci mettono lo zucchero. Io ormai sono diffidente di tutto ciò che è dolce se non è nella provincia di Palermo, più precisamente a Palermo per farti capire la mia purezza in questo caso. Quando uno nasce a Palermo ha degli standard molto alti in fatto di dolci.

 

Dopo quello che mi ha detto ho capito cosa vuole: la panna zuccherata in tutta Italia.

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