Home Interviste #DamilanoRisponde

#DamilanoRisponde

#DamilanoRisponde

di Valerio Galletta

Ai giovani parlamentari non si dovrebbe criticare tanto il populismo quanto l’essersi allontanati dai loro coetanei. Non sono riusciti a portare nelle aule la voce della loro generazione.

 

La politica italiana sembra sempre più distante dalla gente e in particolare dai giovani. Questa scarsa vicinanza rischia di portare populismo e malcontento nel Paese. Alcuni mezzi, come i social network, potrebbero sembrare perfetti per riavvicinare le persone comuni alla politica: siamo proprio sicuri che sia così? L’associazionismo è considerato da alcuni una forma di politica: in effetti potrebbe esserla. C’è una diffusa ricerca della politica con la “pi” maiuscola, per strada, su internet, ai congressi: è la via migliore per trovare le risposte che cerchiamo? E soprattutto: la politica sa cosa cerchiamo?

Ho intervistato il vicedirettore della rivista L’Espresso, Marco Damilano, per avere delle delucidazioni in merito.

Perché i giovani non si interessano alla politica? La responsabilità è loro o della politica stessa?

Non credo che i giovani non si interessino alla politica. Penso che lo facciano in modo diverso: partecipano all’associazionismo, ai gruppi di volontariato e di società civile, a tutto ciò che riguarda il dibattito pubblico sui social. Ritengo che rispetto al passato le forme siano differenti. Certamente non si interessano più alla vita di partito (se la intendiamo come partecipazione politica). In questo caso, però, la crisi è generale, e riguarda la capacità dei partiti di rappresentare la società. Perciò si può dire che i giovani non si interessano dei partiti, perché questi non si interessano dei giovani. Nonostante ci siano stati rinnovamenti di facciata, e nonostante quello attuale sia il parlamento con l’età media più bassa della storia, di fatto, in tutte le consultazioni elettorali (si pensi al referendum costituzionale del 4 dicembre), i giovani hanno massicciamente detto NO: non si fidano più dei partiti e dei cambiamenti che propongono, perché li sentono distanti dal loro pensiero, dai loro interessi e dalle loro esigenze. Tutto questo accade in una situazione in cui molti giovani sono costretti ad andare all’estero per lavorare, il titolo di studio è svalutato, i posti di lavoro sono pochi e non sembra esserci un rinnovamento reale.

 

I giovani, come ha appena detto, sono tornati a votare in massa al referendum del 4 dicembre 2016 e molte persone sostengono che il netto risultato sia frutto solo dell’odio verso il governo. Il referendum sui voucher è stato annullato, e pare che la maggioranza parlamentare temesse un altro plebiscito a suo sfavore. Cosa ne pensa?

 Senz’altro c’è stato un grave errore di Matteo Renzi, come da lui stesso confermato, che consiste nella personalizzazione e politicizzazione del referendum. Questa mossa sbagliata ha spostato il voto dal “sì” o “no” (sul merito della riforma) al “sì” o “no” Matteo Renzi. Il segretario del PD ha così creato una coalizione trasversale contro la sua leadership, e ciò ha portato ai risultati che tutti conosciamo. Probabilmente sui voucher l’effetto sarebbe stato lo stesso, e per questo motivo è stato “disinnescato” il referendum, salvo reintrodurre proprio pochi giorni fa una forma di tagliando per il lavoro occasionale. Questa volta però in maniera minima rispetto a quella che il quesito referendario avrebbe abolito, all’interno di un provvedimento che riguarda altro. Quest’azione dà l’impressione di essere solo una trovata del governo Gentiloni per evitare un quasi certo plebiscito a suo sfavore.

 

Il parlamento attuale è quello con più giovani della storia e molti di questi sono stati accusati di populismo. I giovani quindi sono populisti?

Populismo mi sembra una parola passepartout che non ha un significato proprio. Per usarla si deve essere precisi, analitici e rigorosi nello spiegare cosa si vuol dire. Se l’uso invece è volto ad indicare tutto ciò che è protesta o ribellione, si deve stare attenti a non abusarne. I giovani sono stati spesso “portatori” di un radicalismo e a volte di un estremismo. In Italia, perlomeno in frange minoritarie, di estremismo violento: mi riferisco al terrorismo “rosso” e “nero” degli anni Settanta; anche se riguardava una stretta parte di giovani, di universitari, di studenti, di operai e di membri di altre categorie sociali dell’epoca, è un fenomeno esistito e che non va dimenticato, come invece si è fatto in questi decenni. In una fase successiva i giovani sono stati accusati di essere rifluiti nel privato, di essere sonnacchiosi, di non interessarsi alla politica, alle cose pubbliche e così via: di colpo tutto il contrario. Adesso sono incolpati di populismo. Mi sembrano troppe categorie addossate su coloro che rappresentano il futuro del Paese. Forse prima di accusare di populismo, estremismo ecc., ci si dovrebbe chiedere cosa facciano la politica e la società per investire su di loro: per ora davvero poco. Ai giovani che sono in parlamento non si dovrebbe criticare tanto il populismo quanto l’essersi allontanati dai loro coetanei. Non sono riusciti a portare nelle aule la voce della loro generazione. Forse, ancor maggiormente rispetto ai loro colleghi più adulti, sono poco rappresentativi della reale condizione dei giovani: per stare lì dentro smettono di studiare, non vanno all’estero, imparano il nobile lavoro del parlamentare ma si allontanano dai pari età. Chi entra alla Camera dei Deputati o al Senato della Repubblica in età più avanzata difficilmente dimentica di essere stato prima operaio, impiegato, professore universitario e così via.

 

I social network hanno sicuramente avvicinato la classe dirigente al “popolo”, potrebbero però essere considerati un mezzo di propaganda più che di comunicazione. Lei come li definirebbe?

Non li definirei in nessuno di questi due modi. Più che di propaganda li considererei di conformismo: è questa la parola chiave. I social network si sono velocemente trasformati da strumento attraverso cui si dialogava con altri con idee diverse a mezzo dove si va a tentar di trovare conferma di quello che si pensa. Cercandola si “incontrano” solo le persone con gli stessi pensieri, creando così curve chiuse di tifoseria in cui l’amico ha sempre ragione ed è da difendere mentre il nemico ha sempre torto e, per usare un termine molto “amato” sui social, da asfaltare. Tale situazione porta ad un gravissimo impoverimento del dialogo democratico e del dibattito pubblico. Questo è qualcosa contro cui i giovani in primis dovrebbero ribellarsi: sarebbe da considerare un valore qualunque agorà, qualunque aula, qualunque sede in cui si incontra il diverso da sé che non è uno da asfaltare, ma da ascoltare. La questione della vicinanza è vera fino ad un certo punto: certamente decenni fa rivolgersi a De Gasperi dandogli del “tu” sarebbe stato inconcepibile, non esisteva #AlcideRisponde; questo contatto però è solo una sensazione, perché ancora non è stata messa in moto una reale possibilità di confronto. L’idea del leader vicino perché entra nel telefonino in ogni momento con un tweet e l’idea che gli si possa rispondere mandandogli un messaggio sulla sua pagina facebook è un’illusione e, in questo caso, si può dire una forma di propaganda: una propaganda che il potere fa di se stesso. Basti pensare alle piattaforme come Rousseau o Bob, al #MatteoRisponde o al blog di Beppe Grillo: utilizzano ancora un genere di comunicazione verticale con un vertice (il leader), e una base (gli spettatori o i visitatori). Un reale abbattimento della distanza avverrebbe con una comunicazione orizzontale dove tutti vengono ascoltati allo stesso modo e possono rispondere con la stessa libertà: certamente è una visione utopistica. Si deve fare attenzione a non spacciare per vicinanza ciò che in realtà non è altro che una forma più avanzata e raffinata di comunicazione verticale.

 

Rimaniamo su Matteo Renzi. All’interno del PD è appena finito il congresso per decidere il nuovo segretario nazionale, ovvero il vecchio, ed è appena iniziato il dibattito per scegliere quello delle sedi locali. A Roma, almeno per ora, c’è un solo candidato: si chiama Livio Ricciardelli, un ventottenne consigliere municipale al I municipio, che si è schierato in opposizione al sistema di correnti del partito. Cosa pensa del fatto che ci sia un solo candidato e voglia scontrarsi con la struttura del PD?

Penso che il PD romano abbia fatto tutti gli errori possibili e immaginabili e che in un partito normale la classe dirigente che mette la firma su tante grandi disfatte debba andare a casa, con o senza congresso. Se non si mette da parte e si crogiola del fatto che è stata confermata da una base di iscritti sempre più ristretta e anche da una platea di elettori ridotta rispetto al passato, autoesaltandosi nonostante abbia perso le due sfide a cui era stata collegata la sua funzione, le elezioni comunali del 2016 e il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, sbaglia. Se a tutto questo si aggiunge che si tratta di un partito commissariato che ha mandato a casa il suo sindaco (Ignazio Marino) con una manovra di palazzo, e che non ha preso in considerazione il documento sui circoli e sulle sezioni scritto da Fabrizio Barca, si hanno tutte le motivazioni necessarie per poter affermare che questa classe dirigente debba cedere il posto. Anche se si dirà che il PD è l’unico partito che organizza e fa i congressi (cosa vera), secondo me dare voce ai propri iscritti non basta per garantire la qualità e il successo di un’operazione politica.

 

Quindi alcune azioni come questa di Renzi che si è fatto rieleggere potrebbero sembrare agli occhi della gente delle farse…

Certamente rischiano di fotografare i fatti in modo distante rispetto alla realtà. Le primarie sono state una cosa seria: Renzi è stato rieletto democraticamente e questo va bene. Durante il congresso però non sono stati affrontati i nodi strategici. Non si è parlato fondamentalmente di due cose: in primo luogo non ci si è chiesti perché è stato perso il referendum, oltre che per gli errori di comunicazione. Si doveva provare a capire cosa non è arrivato di profondo al Paese. Non è stata neanche posta questa domanda. Il secondo argomento di cui non si è parlato, ma che sarebbe stato importante affrontare è come si rapporterà il modello del PD con un leader scelto alle primarie con la nuova legge elettorale che, con ogni probabilità, sarà un proporzionale. Queste due domande, una sul passato ed una sul futuro, avrebbero avuto bisogno di spazio per trovar loro una risposta. Nel partito si è preferito rimanere sul dato più scontato: Renzi è stato rieletto.

 

L’esplosione del Movimento Arturo potrebbe essere considerata un dato sociologico importante da analizzare?

Certo: il Movimento Arturo è il futuro della politica italiana! – (Ride) – Noi stessi a Gazebo non lo abbiamo preso sul serio, come il furto delle schede ad opera dei tre candidati testimonia. Non lo prendano sul serio neanche i circoli Arturo: continuino a divertirsi come vogliono. Sicuramente Arturo indica una ricerca di senso della politica e di partecipazione, e questa invece è una questione maledettamente seria su cui il Movimento e Gazebo preferiscono sorridere.

Gazebo passerà a La7?

 Sì, dal prossimo autunno.

 

Leave a Reply

Your email address will not be published.