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Per non dimenticare

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Le atrocità di Auschwitz

di Paola Allegrini

 

“Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”) è la scritta all’ingresso di Auschwitz.

Scarpe, valigie, occhiali, spazzole, pentole, capelli e protesi… oggetti personali che gridano orrore e monito: questo rimane dei sei milioni di persone sterminate nei campi di concentramento durante l’Olocausto. Sei milioni erano gli ebrei, ma al tempo di Hitler la lista degli indesiderati era lunga e comprendeva anche comunisti, zingari, omosessuali, prostitute, alcolisti, malati di mente e disabili. Il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, è stato il più grande e il più tristemente noto tra le migliaia di campi costruiti per il progetto di “soluzione finale della questione ebraica”, intesa come l’uccisione sistematica e in massa dell’intera popolazione ebraica europea.

A partire dalla fine dell’inverno 1943, i treni cominciarono ad arrivare regolarmente ad Auschwitz-Birkenau trasportando ebrei provenienti essenzialmente da tutti i Paesi europei occupati dai tedeschi. Ad Auschwitz faceva freddo, c’era la neve. I giorni erano terribili e il loro susseguirsi era allucinante, uguale, e pur imprevedibile.

Il 27 gennaio 1945, si aprirono i cancelli di Auschwitz. E non per portarci dentro altre persone. Erano arrivate le truppe dell’Armata Rossa, era arrivata la libertà per i superstiti.

Adesso, dopo più di settant’anni, visitare Auschwitz vuol dire rendersi conto di cosa succedeva lì dentro, di come (non) si viveva.

«Domattina si parte! Preparate tutte le vostre cose, mettete in una valigia l’indispensabile!». Famiglie intere dovevano mettersi in viaggio senza conoscere la destinazione che potevano solo immaginare. Le loro valigie colme sarebbero servite a ben poco: varcato il cancello, le avrebbero dovute lasciare.

I tedeschi, nel tentativo di camuffare le proprie intenzioni, si erano adoperati a presentare le deportazioni come il “reinsediamento” della popolazione ebraica in campi di lavoro all’Est. Ormai conosciamo tutti la destinazione reale.

L’umiliazione iniziava già durante il viaggio, perché i deportati venivano trasportati, senza ricevere cibo né acqua, ammassati in vagoni merci chiusi ermeticamente e sovraffollati che si facevano con il passare del tempo sempre più nauseabondi.

“Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”) è la scritta all’ingresso di Auschwitz. La prima beffa!

Dentro il campo? Gli uomini da una parte, le donne dall’altra, i piccoli con le mamme. Gli anziani, i malati e i deboli dritti dritti a fare la doccia, nelle camere a gas.

Lavori durissimi senza interruzione, ogni giorno al gelo e digiuni. Fucilazioni, impiccagioni e punizioni corporali inimmaginabili a bizzeffe, anche per chi non si allineava perfettamente durante l’appello. E poi, violenze contro le donne ed esperimenti di anatomia su chi era ancora in vita. Ai nuovi arrivati venivano subito rasati i capelli che servivano a fabbricare tessuti. Il pigiama a righe, gli occhi incavati, le costole sporgenti, le piaghe, le lacrime che non avevano nemmeno la forza di uscire. Nei lager si diventava tutti uguali fino all’ultima ed estrema beffa: i denti d’oro rimossi ai corpi esausti senza vita per fabbricare lingotti.

Ad Auschwitz ciò che si udiva era un suono lungo, ininterrotto, muto: il frastuono dell’angoscia, del silenzio.

Un fumo nero denso saliva in continuazione, e non era legna che bruciava.

Auschwitz, come tutti i lager, aveva il solo grande scopo di annullare totalmente la dignità e la condizione umana. Oltre a eliminare gli indesiderati fisicamente, l’obiettivo era annientare il loro essere uomo.

Nei deportati non c’era più niente di umano: forse camminavano ancora, tuttavia dentro erano già morti.

Molti prigionieri, nel tentativo di salvaguardare la propria umanità, continuavano, per esempio, a lavarsi e a radersi con cura ogni giorno.

Come è potuto accadere un tale scempio?

Hitler non aveva molte idee ma ripetendole all’infinito riuscì addirittura a scriverci un libro di centinaia di pagine: il Mein Kampf (La mia battaglia).

Il dittatore tedesco sosteneva, nella sua esaltazione, l’idea della superiorità di una presunta “razza” ariana. A questo suo “grandioso” progetto si opponevano gli ebrei, appartenenti alla “razza” semitica, ritenuti pericolosissimi perché privi di una patria.

L’obiettivo di Hitler era di eliminare gli ebrei e altre categorie di persone che vivevano ai margini della società. Perciò, dopo aver varato le leggi razziali, proibì loro di uscire dalla Germania e, come “soluzione finale”, decise di deportarli tutti nei lager.

Hitler, nel suo esasperato egocentrismo e animato da un’incredibile indifferenza affettiva, esercitava un potentissimo fascino sulla folla anonima grazie alla sua ottima tecnica oratoria e alle sue pose da attore che provava e riprovava davanti a uno specchio prima dei suoi discorsi pubblici.

Ma come è possibile che un solo uomo, seppure un abile oratore, abbia potuto persuadere un popolo intero?

Hitler si propose come portatore di pace a una Germania distrutta, nel pieno di una crisi economica, politica e psicologica. La sua voce rappresentava la novità e il popolo, impoverito e abbattuto, ha sperato in lui. Hitler promise di metter fine alla disoccupazione e ci riuscì nei suoi primi anni di politica, conquistandosi la fiducia e l’ammirazione dei tedeschi. Continuò a ripetere le sue idee finché la folla incantata non iniziò a crederci, e a condividerle.

La Giornata della Memoria serve a commemorare ogni anno tutte le vittime dell’Olocausto, l’episodio più nero della storia del XX secolo. Non bisogna dimenticare ciò che è successo perché la dimenticanza, per lo più volontaria, ha spesso salvato i responsabili e messo a tacere le coscienze. Si è persino messa in dubbio la realtà di fatti incontestabili, e si sono cercate giustificazioni a ciò che non può averne.

È fondamentale non cadere nell’oblio perché, come scrive Primo Levi: “Chi non ricorda il passato è condannato a riviverlo”.

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Intervista a Massimiliano De Pasquale (studioso di teologia)

di Flaminia Curcio

 

In tempi di post-verità, può essere utile interrogarsi su come e quanto l’opinione pubblica possa essere manipolata: come è stato possibile convincere un’intera nazione che l’Olocausto fosse accettabile?

I responsabili dell’Olocausto sono stati solo una minoranza del popolo tedesco: la maggior parte dei cittadini, infatti, non ne era a conoscenza, per cui non è stato necessario convincere un’intera nazione ma solo tenere nascosta l’esistenza dei campi di concentramento; altra responsabilità ha avuto il popolo nel seguire le leggi razziali.

In questo caso ne consegue la domanda: come è stato possibile convincere un’intera nazione che le leggi razziali fossero giuste?

Il popolo tedesco aveva la necessità di individuare un “nemico” a cui attribuire i problemi derivati dalla Prima guerra mondiale; Hitler fu molto abile, usando tutti i mezzi che la propaganda metteva a disposizione nell’indicare gli ebrei quale causa di tali problemi.

E le leggi razziali in Italia?

Le leggi razziali che sono state applicate all’Italia hanno rappresentato non soltanto un crimine contro l’umanità ma anche una solenne fesseria: il popolo italiano è infatti il primo melting pot della storia, e stabilire con certezza chi avesse origini ebree e chi non era pertanto del tutto arbitrario. Teniamo presente la differenza fra i due popoli del regime nazista e quello fascista: non è esistito, infatti, un nazi-fascismo se non nel senso di alleanza militare. In Italia ci sono stati addirittura casi in cui gli ebrei venivano nascosti nelle case dei gerarchi fascisti perché non fossero rastrellati dai nazisti.

Come è stato possibile, allora, il Patto d’Acciaio fra i due regimi?

L’Italia fascista ambiva a diventare una potenza di primo livello nel consesso internazionale, Mussolini vide in questa alleanza tale possibilità. Ci sarebbe da aggiungere che in effetti il Duce non sarebbe voluto entrare in guerra (tanto è vero che ha aspettato quasi un anno prima di farlo), ma le condizioni belliche nel 1940 lo spinsero a tale scelta, tant’è vero che, convinto che la guerra sarebbe finita a breve con la vittoria della Germania, pronunciò la frase: “Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace”.

Tornando al discorso sulla manipolazione dell’opinione pubblica…

Adolf Hitler aveva teorizzato l’importanza di una propaganda che facesse leva sul sentimento e non sulla ragione come strumento di persuasione delle masse. Goebbels fu abilissimo nel trasformare queste indicazioni teoriche in attività pratica. Con lui l’inganno, diventato un’arte e una scienza, si fondò sulla conoscenza della psicologia delle masse. Proprio sfruttando questa conoscenza, Hitler e Goebbels riuscirono ad indottrinare un intero popolo.

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