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Lo strano mondo degli otaku

Lo strano mondo degli otaku

di Giacomo Marletto

Foto di Nicola Marletto

“Otaku”. Questa parola di origine giapponese è ormai il termine con cui si definiscono, anche con una certa fierezza, tutti gli appassionati di anime e manga. Pochi sanno invece che il termine otaku nel Paese del Sol Levante viene usato in modo dispregiativo, come per prendere in giro quelle persone così apparentemente infantili e tanto diverse dagli altri. Ed è proprio questo che a Romics stupisce: la diversità. Varcando la soglia della nuova fiera di Roma si entra in un mondo completamente diverso, nuovo ai nostri occhi, un sogno o per altri un incubo. Se ci si lascia coinvolgere dall’atmosfera, davanti a noi si aprirà un universo senza limiti, in cui si dimenticano le preoccupazioni per vivere in una sorta di paese incantato.

Il nostro viaggio inizia alla stazione ferroviaria di Roma Nomentana e già qui, in una sola banchina, si iniziano a intravedere scorci di Giappone e di universi paralleli. Fra i tabelloni delle partenze e fra i murales della stazione si aggirano furtivamente spadaccini, ragazze dai capelli rosa, Pokémon e Naruto che salgono insieme a noi, ovviamente verso la stessa destinazione. Sono i “cosplayer”: ragazzi che si travestono dai loro personaggi preferiti degli anime o manga e che oggi riempiono quei vagoni normalmente gremiti di pendolari, rendendo il viaggio forse la parte più bella dell’intera giornata.

Così fra curiose interviste e sguardi increduli arriviamo a destinazione: davanti ai nostri occhi si apre l’immenso edificio che ospita la fiera e, purtroppo, anche un’immensa fila che ci fa fremere tutti dall’impazienza. Ma anche la perdita di tempo per fare i biglietti può trasformarsi in un’avventura emozionante: “Il mio costume sarà fatto bene o no?”, “Riuscirò a ricevere lo sconto?” sono le domande che molti si fanno mentre vengono quasi logorati dall’attesa della fila per ricevere il biglietto a prezzo ridotto riservato ai cosplayer. E quando si riceve il tagliando per ottenere lo sconto è già un primo passo per entrare nel mondo fantastico del cosplay.

Appena entrati, il nostro primo appuntamento è al padiglione 6 dove si terrà il One Man Show di Pietro Ubaldi, famoso doppiatore italiano di cartoni animati, videogiochi e anche film, tra cui il più conosciuto è Pirati dei Caraibi. Per questo, iniziamo a correre fra centinaia di visitatori, senza neanche fermarci a nessuna delle tante bancarelle, dove viene voglia di comprare tutto: vedere incarnata la voce dei nostri idoli e dei nostri “amici virtuali” vale molto di più del comprare gadget microscopici o fumetti che si possono trovare in qualunque posto.

Ad aspettarci nell’immensità del padiglione ci sono tanti personaggi: Doraemon, Capitan Barbossa, Patrick di Spongebob e altre decine di star del mondo dei cartoons. E tutti quanti sono racchiusi in un’unica persona: la star del mondo del doppiaggio. Quello che fino a poco prima era confinato dietro allo schermo del televisore, adesso è davanti agli occhi di tutti, certo con un’altra faccia, ma con un sorriso e una comicità che rendono lui stesso una personalità da scoprire.

Alla fine dello show, nonostante l’ostacolo di decine di ragazzi che cercano di farsi un selfie col mitico doppiatore o di fargli video mentre recita qualche suo personaggio, riusciamo a intervistare Pietro Ubaldi, che con poche parole ci fa capire che cosa significa per lui fare il doppiatore.

I cartoni animati per lei sono solo un lavoro o anche una passione?
Soprattutto una passione, poiché se le due cose stanno insieme è meglio.

In quale dei personaggi da lei doppiati si identifica di più?
In quelli più stupidi in generale e in quelli più simpatici, tipo Patrick Stella.

Che cos’è che l’ha fatto decidere di diventare un doppiatore?
La timidezza, la voglia di giocare.

Secondo lei che cos’è che potrebbe convincere un giovane a scegliere di fare il suo lavoro?
Lo stesso motivo.

Ed è anche questo il motivo che spinge tanti ragazzi a fare i cosplayer e a venire a Romics. Uscire dalla propria realtà quotidiana ed essere per un giorno un’altra persona, può essere un buon modo per divertirsi lasciandosi dietro tutti i propri problemi.

Oggi passeggiando per qualunque via, quartiere o zona isolata si incontrano solo ragazzi vestiti allo stesso modo: colori scuri, jeans strappati, felpa e scarpe da ginnastica. Invece a Romics quella moda che ormai si può trovare dappertutto viene sostituita da colori variopinti, minigonne stile kawaii, uniformi delle scuole giapponesi e travestimenti che più stravaganti e nipponici non si può. Infatti c’è chi ormai definisce questa passione sempre più comune per il Giappone come una vera e propria moda. E addirittura Giulia ed Eleonora, sedici anni, da Roma, affermano che secondo loro questo porta anche ad un approccio meno appassionato e più consumistico. Mentre una volta “era presa molto più seriamente, adesso è solamente una moda; adesso c’è gente che va a mangiare il sushi e toglie il pesce!”. Ma fra gli intervistati c’è anche chi la pensa diversamente: una moda è una maniera per sentirsi più sicuri e normali.

Insomma Romics è un po’ come il resto del mondo: pareri diversi, passioni che diventano ossessioni o che si hanno solo per seguire il gruppo, un luogo dove fare nuove amicizie e un pretesto per rafforzare quelle già esistenti. Ma questa è solo una conclusione. Non si può negare che entrando nella Nuova Fiera di Roma si abbia una strana sensazione: il brivido del passaggio dal nostro mondo allo strano mondo degli otaku.

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Cosplayer a Romics

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Giacomo Marletto e Pietro Ubaldi

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Cosplayers a Romics

 

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