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Alla scoperta di Zerocalcare

Alla scoperta di Zerocalcare

di Valerio Galletta

Durante il tour europeo di presentazione del libro Kobane calling sono riuscito ad intervistare un impegnatissimo Michele Rech, in arte Zerocalcare. Fra i suoi libri di successo anche La profezia dell’armadillo, L’elenco telefonico degli accolli, Dodici e Ogni maledetto lunedì.

Mi hanno colpito molto la sua grandissima disponibilità e l’umiltà con cui affronta questo successo in parte inaspettato.

Zerocalcare mi ha raccontato la genesi del suo ultimo libro, lo ha commentato e ha spiegato il suo stile di scrittura.zerocalcare6

Un fumetto primo in classifica di vendita, atipico risultato in Italia: quali caratteristiche di Kobane calling lo hanno permesso?
Kobane calling arriva alla fine di un percorso molto fortunato per me. I miei precedenti libri erano andati molto bene e in particolare avevo avuto una forte attenzione da parte dei media e il fatto che stesse uscendo un libro diverso dagli altri ha fatto in modo che finisse sotto i riflettori del mondo dell’editoria. In realtà la riuscita di un libro è dovuta in gran parte a questo, ovvero quanto se ne parla. Ne hanno tratto anche molti articoli. È stato un libro capace di prendere, oltre ai miei lettori abituali, persone interessate più strettamente all’argomento.

Tu lo definisci come un nonreportage nonostante sia sviluppato a mo’ di reportage all’americana che mette in risalto le esperienze dello scrittore. Perché?
Penso che la parola reportage evochi uno stile giornalistico imparziale che io non ho la pretesa di avere.
Veramente io sono andato là come militante dei servizi sociali per la resistenza curda, solamente dopo mi è venuta l’idea di trarne un diario di viaggio e quindi sostenevo palesemente una delle parti in campo. Nonostante io abbia provato a fare un lavoro con la massima onestà intellettuale possibile, sono riuscito nel mio intento solo fino ad un certo punto.

Qual è di questa esperienza l’episodio che ti ha toccato di più? È descritto nel libro?
È stata l’esperienza sulla montagna, alle basi di addestramento del PKK solo in parte descritta nel libro per motivi di segretezza. Mi ha colpito la solennità con cui conducono la vita i guerriglieri e le guerrigliere in modo monastico.20121030233125

Il mammut nel racconto rappresenta Rebibbia, il tuo quartiere. Dietro c’è un valore simbolico? Con quale altra figura rappresenteresti Kobane? Perché?
Il mammut rappresenta Rebibbia perché a Rebibbia sono stati ritrovati i resti di un mammut. Lo ho usato per rappresentare il mio attaccamento a quel luogo. Kobane la simboleggerei con il cuore presente anche nel fumetto, perché indica quanto mi abbiano fatto emozionare gli avvenimenti che ho vissuto lì e perché rappresenta il “centro”.

I tuoi fumetti sono ormai un’icona del graphic novel italiano: a chi ti sei ispirato? Perché?
Più che ispirato, si può dire che io abbia copiato da un fumettista francese che ha un blog a fumetti chiamato Boulet. È il linguaggio che lui usa quello che preferisco.
Mi sono ispirato anche ad altri libri e fumettisti (non mi piace dire ispirato perché sembra che mi voglia mettere al loro livello quando mi trovo ben al di sotto), come La mia vita disegnata male di GIPI che mi ha aperto un mondo. Lì ho deciso che volevo ricominciare a fare fumetti e raccontare cose più intime.

A chi si rivolgono i tuoi fumetti?
Io cerco di non pormi questa domanda perché poi finisce che cambio il mio modo di scrivere per assecondare qualcuno. Invece io voglio scrivere così come lo sento. In base alle persone che incontro alle presentazioni dei libri posso dedurre che il mio lettore medio ha circa 25 anni e un livello di istruzione alto. Naturalmente capitano anche persone abbastanza avanti con l’età o gente con la sola licenza media. Questi sono solo quelli che vengono alle presentazioni; su coloro che non vengono, ma comprano i libri o visitano il mio blog, non so dare un numero.

Spesso rappresenti te stesso nella vita quotidiana accompagnato da un armadillo immaginario che raffigura la tua coscienza come il grillo parlante per Pinocchio, il linguaggio è informale e contiene espressioni del dialetto romano. Questo stile di scrittura in base a cosa è stato scelto?
Io cerco di rendere ciò che scrivo il più possibile simile a come parlo. Ogni frase, anche se è solo una didascalia, prima di scriverla la ripeto ad alta voce per capire se avvicina il mio linguaggio parlato e cerco di riportarla più fedelmente possibile. Nel linguaggio parlato uso spesso frasi incomprensibili e quindi cerco di trovare il corretto equilibrio fra un linguaggio naturale, parlato e uno che sia comprensibile.zerocalcare

Noi di Numero Zero abbiamo intervistato anche Piero Angela il quale ci ha più volte detto di essere stato aiutato molto, negli anni passati, dall’utilizzo di fumetti per spiegare facilmente argomenti complessi. Quali altre funzioni, oltre a quella esplicativa, ha il fumetto nella nostra società e quali di queste ti interessano di più?
Io penso che il fumetto sia un linguaggio e non un genere e quindi in quanto tale può essere usato per raccontare qualsiasi cosa: un trattato, una storia di amore o di fantascienza… A me interessano di più le storie, non mi interessa principalmente il contenuto esplicativo rispetto a quello della storia in sé.

Tu hai trovato una chiave nuova per raccontare la contemporaneità, l’hai cercata o ci sei inciampato?
Ci sono inciampato. Io non volevo raccontare la contemporaneità, io volevo fare fumetti che parlassero della mia vita perché avevo intenzione di ricordare una mia amica morta.
Questa cosa di raccontare la contemporaneità mi è stata cucita addosso dai giornalisti, ma io non ho mai fatto un lavoro a tavolino dove decidevo “devo fare questo e questo…”. È stato tutto abbastanza casuale.

Casuale o non, fatto sta che Zerocalcare ha trovato un nuovo modo di fare fumetti che già adesso è una “scuola”.

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